La comunicazione parte dall’orecchio di chi ascolta

La comunicazione parte dall’orecchio di chi ascolta

Vado a riprendere il claim del mio sito ed entro in un argomento al quale sono molto affezionato, sia perché è uno dei metodi fondamentali per migliorare la comunicazione e sia perché ha cambiato il mio modo di comunicare.

Stamattina ripensavo al claim che ho scelto per la mia pagina. Questa è stata una delle prime frasi che ho sentito quando ho cominciato a lavorare per migliorare la comunicazione. Sono sincero nel dirvi che non sempre sono stato uno studente modello e non mi sono mai soffermato a pensare in maniera approfondita a quella frase. Per me era un semplice bel aforisma, ma non l’avevo mai messo in pratica.

Scrollando il mio feed su Linkedin, poi, mi trovo davanti due aforismi:

Se la gente si ascoltasse di più, parlerebbe di meno.

Artur Bloch

La gente non ascolta, aspetta solo il suo turno per parlare

Chuck Palahniuk

Chi mi conosce, sa che ho passato un periodo della mia vita all’estero, estremamente formativo per me. Non tanto a livello accademico ma quanto a livello umano. Li ho capito veramente come migliorare me stesso, come uomo prima e poi come comunicatore.

Queste frasi mi hanno riportato a quei momenti in cui mi ero reso conto che il problema nella mia comunicazione non erano gli altri che avevano poco interesse nell’ascoltarmi, ma ero io.

Perché ero comunicativamente egoista?

Ci tengo a soffermarmi sul fatto che io non ascoltavo e aspettavo il mio turno per parlare. Nella comunicazione ero egoista, nella mia mente erano gli altri che avevano l’obbligo di sentirmi perchè le mie parole erano più intelligenti e più importanti. Ero fermamente convinto che ogni volta che parlavo, le mie parole avessero infuso cultura che non pensavo che gli altri avessero.

Niente di più sbagliato, soprattutto se consideriamo che questo status quo è adatto solo per le piccole cerchie, ma appena la platea di ascoltatori comincia ad ampliarsi ed entra in gioco la biodiversità, potremmo trovarci davanti un interlocutore molto più esperto o scaltro di noi.

Vi porto il mio esempio personale. Io sono cresciuto in un paese di provincia, molto lontano dalla città. Questo status è stato il prima responsabile a determinare i miei comportamenti. Per spiegare meglio: in quel contesto ero uno dei pochi della mia cerchia dove avevo un PC ed una connessione ad internet su un’intera classe di studenti, ero uno dei pochi che si presentava informato su tutto ciò che accadeva perché leggevo i giornali e guardavo il telegiornale, grazie a mio padre che ogni sera ci imponeva di vedere tali programmi a tavola e avviava discussioni in famiglia a sfondo politico e sociale.

Quando mi rapportavo con i miei coetanei, avevo notato una certa discordanza dei miei interessi con i loro. Io ero appassionato di tecnologia, informatica, cultura generale mentre loro erano molto più ferrati sul calcio, i motori e i locali da seguire in zona. Anche sui punti in comune c’era molto disaccordo, come la musica. Io adoravo il rock e il rap mentre i miei amici la musica House e la Dance Pop

Se vi va di approfondire potete dare uno sguardo al mio libro sul tema.

Non c’era un vero e proprio dialogo tra le parti. Il che ha creato una specie di gabbia mentale che mi faceva sentire di essere al di sopra della media. Uno status mentale che era destinata a distruggersi solo quando cominciai a raffrontarmi con alcuni dei miei pari al di fuori del contesto in cui vivevo.

Come migliorare la comunicazione?

Un’altra frase che imparai alla scuola media, con il mio vecchio prof di Italiano:

“La comunicazione si fa in 2, altrimenti si chiama Comizio”

Pensando a queste parole mi sono reso conto che dovevo veramente migliorare la mia comunicazione, ricominciare da zero, senza pretese e presunzioni.

La prima cosa che ho imparato nel rapportarmi con gli altri è che non tutti sono propensi ad ascoltare cose di cui non interessa. Prima di tutto, non c’è interesse nel sentire come si è preparati su un determinato argomento, come non c’è nel ascoltare commenti non richiesti. Per cui, ho cominciato a non intervenire mai per primo, aspettando il mio turno e chiedendo la parola quando era necessario farlo.

Parlare solo se si è interpellati non è un segno di debolezza, tanto meno un segno di mancato interesse, ma diventa un rispetto per le parole di chi ti sta davanti.

Durante quella evoluzione ho provato ad ascoltare attentamente le parole altrui e rispondere solo alla fine. Vi posso assicurare che la mia vita è cambiata. Non solo come comunicatore ma anche come persona. Questo è stato il mio primo passo per migliorare la comunicazione.

Ecco cosa è successo:

  • Prima di tutto è cambiata la percezione che le persone avevano di me. Sono passato da essere quello fastidioso che si intromette sempre a quello sempre disposto a dare una mano. Questo aumenta di tanto l’esser preso in considerazione.
  • Oltre a quanto citato in precedenza, davo l’impressione di colui che riflette con attenzione prima di poter dare una risposta concreta.
  • Ascoltare ti da il tempo di riflettere su quello che una persona dice ed elaborare una risposta più attinente. Nessuno ha messo l’obbligo che domande e risposte debbano essere a tempo zero, quindi possiamo prenderci il nostro tempo.
  • Chiedere dei chiarimenti non è una vergogna o una mancanza di attenzione, ma un ottimo metodo per sviscerare tutti i dettagli. Aiuta nel confermare alcuni punti di vista o nel dimostrare di aver capito il punto di vista dell’interlocutore. Questi processi vengono utilizzati anche nelle trattative commerciali per gestire un’obiezione.
  • Di natura siamo egoisti (come lo ero io) e quando una persona si sente ascoltata e viene messa a proprio agio tira fuori tutta se stessa. Se trova una zona di confort non ci metterà molto ad aprirsi e parlare sempre di più della sua intimità.

Quindi, conviene più essere quello che parla senza ascoltare o quello che sa ascoltare e poi parlare?